Saggistica Hungherese

LA POESIA DI SZABÓ LÖRINC
di  Mario De Bartolomeis


Tomado de Osservatorio Letterario, Anno V/VI, Nov./Febb. 2001/2002


            Fra i maggiori poeti della seconda generazione del  «Nyugat» (Occidente) spicca Szabó Lörinc (1900-1957) che si era ben presto fatto notare per l'eccezionale talento e per l'acuta sensibilità.  Babits Mihály, con cui all'età di soli diciannove anni aveva unitamente a Tóth Árpád tradotto «I fiori del male» di Beaudelaire, non aveva esitato ad accoglierlo nella sua casa. Fu appunto sedendo alla mensa di Babits ed assimilandone gli insegnamenti che Szabó L. maturò il suo stile ed i temi che l'ispirarono.

             Quando apparve «Föld, erd, isten» (Terra, bosco, dio, 1922), il suo nome divenne subito famoso ed il suo successo fu completato da «Kalibán» (Calibano, 1923). Fra i motivi ispiratori di queste opere che scrutano le più recondite relazioni della natura appare chiaro il carattere speculativo che le pervade e quel senso di panteismo tipicamente romantico dovuto probabilmente all'influenza di Coleridge da lui tradotto nel 1921. Il poeta, immerso nella natura, se ne sente parte integrante e nel segreto fascino di essa sente fatalmente la divinità.

             In «Fény, fény, fény!» (Luce, luce, luce!, 1925), pur ancora sentendo il richiamo della natura, il poeta se ne allontana a poco a poco. La sua acuta capacità osservatrice lo porta gradatamente a vivere il dissidio di un mondo cittadino mal sopportato, a subire le inquietudini e le polemiche degli ambienti letterari. La sopraggiunta discordia e rottura con Babits acuiscono ulteriormente questi elementi di tensione interiore e la rivolta di Szabó L. scoppia quindi furiosa.

             In «A Sátán mremekei» (I capolavori di Satana, 1926), sotto l'influsso dell'espressionismo tedesco, il poeta si abbandona alla completa sfiducia nel suo prossimo e accanto alle feroci invettive, frutto d'una insorta volontà rivoluzionaria e sovversiva molto prossima all'anarchismo, trovano luogo le sue sfrenate avventure intellettuali e sensuali. Ma trattasi d'una reazione sovente formale poiché in effetti Szabó L. si chiude in se stesso e la sua rivolta si risolve in mera disillusione. Si fa in lui strada un freddo individualismo e in «Te meg a világ» (Tu e il mondo, 1932)  e «Különbéke» (Pace separata, 1935) la sua poesia diventa spietata autoanalisi che pur sempre conserva momenti di altissimo lirismo e suggestione. Con il contemporaneo affacciarsi in lui del problema della morte, Szabó L. assurge inoltre al ruolo di poeta cosmico con tutti gli atavici timori di uomo tuttavia affascinato dall'ignoto.

             Dopo una lunga parentesi contrassegnata da atteggiamenti nazionalistici che fecero pensare ad una simpatia del poeta per le dottrine del nazismo e del fascismo - «Harc az ünnepért» (Lotta per la festa, 1938) -, dall'insorgere di una malattia e dal nascere di una grande passione amorosa, videro la luce due opere che segnarono il trionfale ritorno di Szabó L. e la sua definitiva consacrazione nell'Olimpo letterario ungherese.

           «Tücsökzene» (Musica di grilli, 1947-1957) è un'opera autobiografica di ammirevole perfezione. In 370 brevi poesie il poeta, con una tecnica quasi proustiana dell'evocazione dei ricordi, passa in rassegna i momenti più significativi della sua infanzia, della sua giovinezza, della sua vita letteraria. In questa incomparabile sintesi in cui si susseguono profonde autoanalisi di volta in volta sorrette da elementi poetici prettamente soggettivi e da prospettive filosofiche di assoluta universalità si può cogliere tutta la cristallina purezza della sua poesia. Ogni concetto racchiude una cerebralità non tuttavia fine a se stessa, e dalla impareggiabile compostezza sinfonica del verso si librano in volo scintillanti immagini d'estatico lirismo. È un capolavoro grazie al quale si possono vivere tutti gli istanti dell'intimo e complesso travaglio di un uomo tra gli altri uomini alla disperata ricerca del senso della vita.

             La cerebralità, elemento comune a tutta la poetica di Szabó Lrinc, giuoca un ruolo preminente anche in «A huszonhatodik év» (Il ventiseiesimo anno, 1956). In questo lirico monumento alla memoria della sua amata morta*, tra versi di apparente estrema sensualità, si evidenzia una mistica concezione dell'amore inteso soprattutto come arcano mistero della natura. In espressioni che rinnovano la concettualità dello stilnovismo italiano avvertiamo uno Szabó L. più umano: il poeta che aveva tutto rinnegato coglie, dinanzi allo specchio della morte, la profonda bellezza e l'alto significato della parabola tracciata dall'individuo sulla terra, e vivendo attraverso meditazioni metafisiche l'eterno dramma già tema della «Tragedia dell'uomo» di Madách Imre, raggiunge il proprio equilibrio interiore in una mistica visione di Amore e Morte, misteriosi motori di una altrettanto misteriosa Natura.

             Szabó Lörinc fu tra l'altro eccellente traduttore di Coleridge, Shakespeare, Beaudelaire, Verlaine, Goethe, Kleist, Leopardi, Khayyam ed altri ancora, e per la sua vasta opera letteraria ottenne ambiti riconoscimenti quali il premio Baumgarten negli anni 1932, 1937, e 1944, ed il premio Kossuth nel 1957, anno della sua morte.  

* Korzáti Erzsébet in Vékes: cfr. p. 41 Szabó Lrinc: Erzsike (1955), pp.9-44;  del vol. «HUSZONÖT ÉV, Szabó Lörinc és Vékesné Korzáti Erzsébet levelezése», Magvet Könyvkiadó,  Budapest, 2000, pp. 736, Ft. 2.990 [N.d.R.]


TU SEI DAPPERTUTTO

Tu sei dappertutto ove io mai
T'ho saputo, t'ho visto, t'ho amato:
Di te dicono strade, vette, boschi,
Città o borgo, notte o giorno è continuo
Richiamo, neve d'autunno sul monte,
Riva o fischio di treno ed ovunque
Le venticinque primavere e estati
Vibrano del primo folle anelito eterno.
Sei ovunque: d'un diluvio fiorito
Tu m'inondi la vita, fresca gioia,
Giovanile mia frescura, delizia.
Con te tutto è  assedio dovunque
Ma mi sale sempre il grido sommesso:
Nulla ovunque sono i tanti Dovunque!

Traduzione  di Melinda Tamás-Tarr



PACE SEPARATA

Odiai dapprima come angelo il male,
Odiai dapprima qual demone i ricchi;
In seguito odiai tutti. Detestai
Ed aborrii l'umanità, l'intera
Meschinità di questa terra, sogno,
Fede e giustizia, affettate mossette
Di fatuo orgoglio, il venale intelletto,
Le dissennate e prudenti ragioni,
La folla e l'individuo. Ma poi il tempo
E l'indolenza, i guaritori eterni,
La mia febbre suicida debellarono;
Dopo trentatré anni d'esperienza,
Qual campo desolato di battaglia,
Vissi la vita lurida e lebbrosa:
La separata mia pace, eremita
Amaro, alzò le spalle e lavorò.
Ormai solo l'attrassero i ritiri,
Ed i bambini, l'eterna speranza. 

Traduzione  di  Mario De Bartolomeis

NONTISCORDARDIMÉ

Tra i fiori ho il blu io prediletto
Nontiscordardimé: quel suo bel nome
in cuor mio ho amato perché è tanto
espressivo ed a ragione, quasi l'uomo
in guardia esso mettesse quando chiede
(ed è certo importante se lo chiede):
non ti scordar di me! Bene sentito
ho il più delle volte e chiaramente
il suono suo celeste, sussurrato
l'ho forse io stesso talora, anzi no,
solo ormai l'ho tanto atteso che il cuore
mio l'ha forse scandito o il mio udito:
non sapevo ad ogni modo o immaginavo
di tradire lui dicendone il nome
Ma anche se tradisco, io del tutto
tranquillo sono e pur se quell'aiuto
è piccolo e da nulla l'amo tanto:
e non lo scordo certo, io, giammai!

Traduzione  di  Melinda Tamás-Tarr

UNIONE D'ANIME

Se chi mi bacia sapeva di te 
E se so che ti pensa! Ti fa vivere
E tu trasmigri in lei, dolce fantasma,
E v'accrescete a vicenda, evocata
E evocatrice: questa è una fiabesca
Unione d'anime, gioco di specchi
E mescolanze a mezzo cui la vita
A forza ancora ammalia e occultamente.
Infedeltà e fedeltà mi gemono
In un amore geloso e struggente
(tre in due noi siamo e tre siamo nell'uno!)
E come l'aldilà chiede l'istante,
Quella che ancor sei tu, già non sei quella,
O quella che non sei, sei pure quella?

Traduzione  di  Mario De Bartolomeis
 
IO TI AMO

Io ti amo, io t'amo, io t'amo,
Tutto il giorno con gli occhi ti cerco,
Tutto il giorno rimpiango il tuo corpo,
Triste amato per la propria amata,
Tutto il giorno io bacio il tuo corpo,
Io ti bacio a qualunque minuto.
Qualunque tuo minuto io bacio,
Dalle labbra il tuo sapor non mi scema,
Dove passi tu la terra io bacio,
Il minuto quando aspetti io bacio,
Di lontano io ti scruto, ti cerco,
Io ti amo, io t'amo, io t'amo.

Traduzione  di Melinda Tamás-Tarr e Mario De Bartolomeis
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©  Mario de Bartolomeis

©  Melinda Tamás-Tarr


LA CASA DE ASTERIÓN
ISSN:  0124 - 9282

Revista Trimestral de Estudios Literarios
Volumen III - Número 12
Enero-Febrero-Marzo de 2003

DEPARTAMENTO DE IDIOMAS
FACULTAD DE CIENCIAS HUMANAS - FACULTAD DE EDUCACIÓN
UNIVERSIDAD DEL ATLÁNTICO
Barranquilla - Colombia

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