SAGGISTICA: (ANNO V/VI - OSSERVATORIO LETTERARIO - NOV./FEBB. 2001/2002)
115 anni fa nacque ÁRPÁD TÓTH (1886-1928)
di Melinda Tamás-Tarr Bonani
en esta misma edición de LA CASA DE ASTERIÓN No. 11.
Árpád Tóth (Arad [oggi in territorio rumeno], 15 aprile 1886- Budapest, 7 novembre 1928) , poeta, traduttore, narratore, giornalista e critico letterario, ebbe un'infanzia e la prima giovinezza indelebilmente marcata dalle vicissitudini familiari del padre, scultore di poco successo. La sua poesia costituisce tuttavia la produzione artistica più omogenea della lirica ungherese. Il tono predominante di essa è sempre quello della tristezza, del dolore, del desiderio dell'amore e della felicità. Il suo gesto perpetuo è la rinuncia. La perennità e l'addio sempre rinnovati denotano come il poeta sia legato ai suoi sogni assidui; anche se la rinuncia sembra ormai definitiva egli è immutabilmente prigioniero della magia della vita nonostante tutta la sua esistenza si sia consumata sotto il peso della tubercolosi e della povertà. Nelle sue liriche ornate di rime pompose e di attributi straordinari l'eccelso poeta esprime inspiegabilmente un grande entusiasmo giovanile ed una grande gioia di vivere.
Árpád Tóth fece parte di quello straordinario gruppo di letterati coagulatosi intorno alla rivista fondata da Endre Ady «Nyugat» («Occidente») e viene oggi ufficialmente collocato tra Mihály Babits e Dezõs Kosztolányi.
Dopo aver trascorso gli anni dell'infanzia nella Grande Pianura Magiara, ai margini della Grande Puszta, a Debrecen, città conservatrice e contadina custode di forti tradizioni nazionali, il giovane Tóth si iscrisse alla Facoltà di Lettere dell'Università di Pest. A causa delle difficilissime condizioni economiche della famiglia fu però ben presto costretto ad abbandonare gli studi ed in seguito a ciò iniziò a lavorare dapprima come giornalista presso il «Debreceni Nagy Újság» [«Il Grande Giornale di Debrecen»], poi come educatore nella capitale magiara. Qui i suoi scritti iniziarono ad apparire sempre più frequentemente sul famoso periodico letterario «Nyugat». Il suo primo volume di liriche intitolato «Hajnali szerenád» [«Serenata mattutina»] apparso nel 1913 testimonia l'influenza esercitata sul poeta sia dalla lirica moderna ungherese, in primo luogo di Ady Endre di cui si diceva «timido apostolo di questo signore forte», sia dalla letteratura occidentale tra i cui esponenti vanno segnalati Poe, Wilde, Verlaine, Baudlaire, Samain, Rilke, Shelley, Keats. È a questi poeti inglesi e francesi che Árpád Tóth si sentì particolarmente vicino. Di rilievo particolarissimo sono le sue traduzioni delle liriche di Baudelaire, poeta che più ha saputo trovare congeniale al suo modo di esprimersi. Ipotesi di ulteriori influssi subiti da Tóth avanza il saggio in lingua ungherese di Mario De Bartolomeis «Leopardi-emlékek Tóth Árpád versében?» («Echi leopardiani nella poesia di Tóth Árpád?»), in «Irodalomtörténeti Közlemények» [«Pubblicazioni storiche Letterarie»] LXXIX,1975, periodico dell'Istituto di Storia Letteraria dell'Accademia Ungherese delle Scienze di Budapest (pubblicheremo l'adattamento italiano di questo testo nel prossimo fascicolo). Árpád Tóth è anche considerato uno dei più grandi traduttori lirici d'Ungheria. Nel computo totale delle sue opere a ben 180 ammontano le traduzioni da lui effettuate.
Le sue poesie, e quelle giovanili in modo particolare, sono estremamente ricche di immagini, paragoni, metafore pur essendo in esse il simbolo molto raro. Le sue parole preferite evocano la stanchezza, la grigia monotonia oppure le immagini dai colori raggianti. Esse sono inoltre ricche di associazioni composte con grande virtuosismo e maestria e nel complesso le sue opere esprimono oltre all'amore per la vita anche tutto quello che per il poeta è veramente raggiungibile solo attraverso l'arte. Dalle sue liriche traspare il tremulo calore dell'animo umano, e mentre Babits canta la volontà di uscire da un cerchio magico, Árpád Tóth si interroga invece inutilmente sulle tante infinite solitudini che si pongono d'ostacolo al fluire da anima ad anima degli umani sentimenti.
Diamo qui appresso lettura di alcune liriche del grande poeta ungherese:
QUESTO GIORNO PURE
Questo giorno pure, Come altri È passato. Fine. Questa sera pure, Come altre È venuta. Pace.
Umile pace Ma che grato Anche accetto, Bello è il riposo Pur se l'uomo La pugna ha perduto.
Strana pace: Calata nel buio Essa tace, Come occulto Fiore notturno Che nel crepuscolo
Color ebano E' solamente Profumo silente Che l'uomo riesce Ad occhi chiusi A fondo aspirare
Obliando, Trasognando, Non chiedendo Quel profumo Da che petalo Si effonda:
D'un bel fiore Come il giovane, Come il nudo Bocciolo di rosa Color aurora Dal gracile derma,
O d'una vecchia Stanca rosa Che al mattino In terra si sfoglia Muta alla polvere Confondendosi? (1)
VICINO AL FUOCO CHE SOFFIA
Qual scontro di treni nella Cina lontana Che è strano trafiletto e non mi sfiora Ché forse neppur vero, sì alieno e remoto, Tal ora parmi la vita che vola e si fa vana... Memorie affiorano dall'infanzia soave, Vago in perdute stanze, parole, cuori. Ricordi! Su fogli ingialliti tanti tratti Di ormai spenti carboni, fuligine fine...
Dal colle pallido che dorme si leva la luna, Bel pallone sfuggito sul convulso mercato, E fulgida si libra sulla cieca folla terrena.
La guardo e chiede il mio sorriso trasognato: Che soffia è il fuoco oppure è la mia pena, Che inguainate in cuor le unghie, fa le fusa? (2)
(1, 2) Traduzione © di Mario De Bartolomeis
NUVOLA D'ORO
La nuvola d'oro sul cielo Dove va? Dove va? Io giaccio sul prato di sera Nell'oscurità sull'erba, Tace la campagna.
La nuvola d'oro sul cielo Se ne va, se ne va, Un cuore sul prato di sera Nell'oscurità sull'erba Tacendo duole.(3)
NELL'ORA INFRUTTUOSA
Sono solo. Tanto. Le mie lagrime sgorgano. Le lascio. Una tela cerata sul mio tavolo, Sto fabbricando pigramente un canto, Io, un personaggio macilento, pietoso, Io, io. E sono solo in tutto l'Universo. (4)
(3, 4) Dall'antologia «Le voci magiare» di Melinda Tamás-Tarr Bonani, Edizione O.L.F.A., Ferrara, 2001, pp. 74, L. 8.500 Traduzione © di Melinda Tamás-Tarr Bonani
SINO ALLA PRIMAVERA OD ALLA MORTE
Új - Tátrafüred
Or che di strada ancora sono uscito In questa sera d'inverno io mi chiedo Cos'è stata la vita, mio Signore?
Questo essa è stata: tanta opacità Spento tributo e gran necessità Limiti tristi a cento, disperati.
Cieli coperti con poco d'azzurro, Questua amicizia con due signoroni, Di corda lisa due note svenevoli.
Di talamo un paio d'ebbrezze selvagge, Di donna un paio di belle labbra calde, Vero, non vero; il mio cuore ora tace.
Adesso siedo tra monti maestosi, Malato in mezzo ad altri malati: Spalle al passato, alla morte dinanzi.
Sarà diverso? Dovrò attenderlo forse? Nell'ombra sbandano senza padrone Lenti i miei averi, aneliti, ideali.
Le loro orme, qual nero impellicciato, Segue un vecchio porcaio incappucciato, Piano s'avanza muta la rinuncia.
Nell'inverno dalla coltre silente Però vivo una stagione di pace, Io lo sento che Dio pensa con me.
Come i cespugli con le scure bacche Sotto la neve serbano l'aroma, Colmo il mio cuore è di fresche bellezze.
A che sarà servito non sapremo Sinché di neve il manto non si sfalda, Sino alla primavera od alla morte.
In pace giaccio, pigro, rassegnato, E mi osserva dalla sera infinita La mia sorte meditando il Signore. (5)
(5) Traduzione © di Mario De Bartolomeis
COME UN SOSPIRO
La lontananza Per un momento è lilla fiamma, Terra fatata.
S'infiamma anche l'anelito mio, Come di betulla snello tronco Rivolto ad occaso. Poi ardendo consuma, Inghiotta brama e colore Il gran vorace grigiore.
Che veloce la fine! Bel mondo rovente, una volta soltanto Perché ancor non t'infiammi? (6)
PAGODA DI CASTAGNO
Qual sommesso stuolo di grigie faine Ormai la sera striscia sul monte E sotto i cespugli s'acquatta. Lumi s'accendono tenui qua e là, Tremuli attraverso il cieco cespuglio: Sono luci o tristi occhi di bestia? Tra alberi azzurri vieni ora con me, Ove tutto è ombra e mistero Ed ogni tronco cavo, prodigio profondo, Guarda, pagoda è di castagno! Nel fitto fogliame in gran numero Nicchie, come cento cavi sacrari, E minuti in essi ondeggiano cippi Dal pallido colore d'avorio. Sediamoci in questo luogo santo, Lascia ti posi in grembo il mio capo: Affanno ed obbrobrio in me dormono. Ardente ora ho il desiderio, Soffice ala portante, Di sfilarmi il triste manto del corpo, Di lasciar cadere il grave mio cuore, Di scordare il dolente IO. Così! Così! Posami sul capo le dolci Tue mani di sommessa Veronica, E non darti pena se già canta la civetta, Se ormai anche la luna si cela, Ma cullami in silenzio, mollemente Sin quando adagio, lacrimosamente Il risveglio verrà: triste, prodigiosa, Strana, trasecolata resurrezione (7)
(6, 7) Traduzione © di Melinda Tamás-Tarr Bonani e Mario De Bartolomeis
ELEGIA PER UN CESPUGLIO DI GINESTRA
Tóth Árpád (1886 - 1928) Traduzione © di Melinda Tamás-Tarr Bonani Mi sdraio sul monte, supino nell'erba, E sul capo mio colmo di fronzoli d'oro si china L'esile dolce ginestra dai fiori a scafo, Tanti fiori ondeggianti, cento minute aeree barchette. Io le guardo qual solitario gigante e dal cuore Mio grave come giunge alle labbra mie tristi il sospiro, Procella già quello è per esse, inattesa impetuosa tempesta E trema l'intero soave sciame d'oro di barche. Felici, beati legni oscillanti festosi nel quieto Glauco aere del pieno meriggio di fine estate, Abbiate pazienza se sospirando vi spaventa Il pigro gigante, ché sì turbato è il misero. Abbiate pazienza se dal cupo fondo Della sua anima turbina la tempesta, Voi non sapete quali abissi d'angustia Indicibile cela un tal mostro solingo, un uomo!
Oscillate quietamente, i freschi scrosci d'argento Ed i fitti roventi bagliori del sole dorato Giungono leggeri sino al vostro apice ornato, Di miele e profumo colmandovi l'esile varco; Raccogliete come care gravi perle la rugiada Dell'alba, e non vagate dietro un tesoro irreale, Non vi spinge in cerca del reame di tante false Brame il capitano caparbio, la coscienza.
Anch'io sono barca di cui però ogni pezzo Tenuto è in un sol corpo dai chiodi delle pene E che il fiero nocchiero all'impazzata guida ovunque Invece di farla cullare sino a pigrizia nella baia mite, Benché il dolce fluido del segreto monte magnetico Della vita trascendente ormai attiri i suoi chiodi Dolenti a rovinare su muti scogli in pace e non sia Rottame graffiato e rantolante di feroci vie.
E allora gli altri? gli uomini fratelli, Queste sballottate, peste o abiette, cupide barche Portate da orrenda corrente di velacce o di laghi Tristi di sangue pirati sono ed orfani lacrimosi, Oh seminando nel moderno diluvio di sangue e di lacrime Che fato atroce spetta ai tanti tristi uomini barche! Forse tutti morremo e nessuno, nessuno è tra noi Che puro Noè un felice Ararat possa aspettarsi!
Forse tutti morremo e sul mondo acquietato Ondeggerà solo una miriade di dolci barchette di fiori: Arcobaleno giù nell'erba, arcobaleno su nel ramo, Muta festa sarà il p o s t u m a n o silenzio, Felice tremito, ed ansimerà sospirando La dolente materia primitiva: ormai fine allo strazio! Tremula si schiuderà la vergine bocca del loto E nell'aria felice si librerà la candida ala della Pace. _________________________________________________________
© Melinda Tamás-Tarr Bonani LA CASA DE ASTERIÓN ISSN: 0124 - 9282
Revista Trimestral de Estudios Literarios Volumen III - Número 11 Octubre-Noviembre-Diciembre de 2002
DEPARTAMENTO DE IDIOMAS FACULTAD DE CIENCIAS HUMANAS - FACULTAD DE EDUCACIÓN UNIVERSIDAD DEL ATLÁNTICO Barranquilla - Colombia
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