Echi di corde magiare

di Mario De Bartolomeis


          La posizione geografica dell'Ungheria induce spesso i non addetti ai lavori ad accomunare la sua lingua all'estesa famiglia delle lingue slave e quindi al ceppo delle lingue indoeuropee. Raro caso nel panorama linguistico europeo, la lingua magiara fa invece parte del più ristretto ceppo ugrofinnico cui pure appartengono il finlandese e l'estone oltre a lingue di piccole minoranze etniche dislocate in territorio russo --prevalentemente al di là dei monti Urali-- fra cui cito quelle parlate dai Voguli, dagli Ostiachi, dai Morvini e dai Ceremissi.

          Faccio una simile premessa onde sottolineare come la struttura linguistica dell'ungherese sia quindi totalmente dissimile da quelle delle nostre lingue neolatine. Affrontando una traduzione letteraria dall'ungherese all'italiano ci si trova perciò a dover risolvere problemi talora insormontabili nel trasporre in forme ritmiche e metriche accettabili una lingua strutturalmente tanto diversa senza irrimediabilmente tradire l'autore e l'armonia dei suoi versi.

          Presentando quindi la mia versione di questa breve raccolta di poesia ungherese desidero precisare che non si tratta certo delle più belle pagine della lirica magiara o dei versi dei suoi poeti più famosi, ma solo d'una scelta di componimenti che più agevole hanno reso il mio lavoro di interpretazione e traduzione e che mi ha perciò permesso di conservare più specularmente i suoni, i ritmi e le sfumature dei sentimenti poetici originali.

          Poiché i poeti presentati appartengono all'ottocento ed al novecento brevemente delineerò anche i caratteri distintivi generali che animano la produzione letteraria ungherese in questi secoli.

          Quando l'ottocento ha inizio, nella letteratura magiara già germina una vasta seminagione romantica. Si ha quindi una naturale maturazione di tali motivi più che un'esplosione derivata da correnti esterne le quali contribuiscono tuttavia a renderne i caratteri più vivi e decisi. Lontano dallo sfumare nel vago, dalle tregende e dalle ridde del macabro, il romanticismo ungherese è quindi diverso da quello nordico e tedesco ed invece più simile, per la sua maggiore adesione alla realtà, a quello italiano. L'anelito al reale porta alla scoperta di nuovi scorci ed aspetti dell'Ungheria da parte degli ungheresi stessi. Dalla riscoperta del paesaggio con i volti e le vicissitudini dei suoi abitanti, dalla coscienza d'un mondo popolare sino allora quasi ignorato viene nel corso dell'ottocento a questa letteratura vigoria di temi e grande forza di intenti.

          Il novecento si apre con la battaglia di Endre Ady per un rinnovamento letterario in più fecondi contatti con le letterature europee occidentali, perché idealmente venga ripresa una nuova marcia verso quell'occidente che aveva un millennio prima attratto gli ungheresi in Europa. Il titolo della rivista da lui fondata, Nyugat (Occidente) è in tal senso emblematico ed è lo strumento con cui egli tocca tutti i valori della cultura traendo fervore da problemi sociali, morali e politici. Il tradizionalismo accademico contro cui Ady lotta resiste però caparbiamente portando quindi ad una divisione che ha rigidi confini solo su un piano puramente programmatico giacché dei due diversi orientamenti si nota in molti autori una reciproca influenza ed una benefica osmosi. Le varie correnti del novecento si muovono quindi tra questi campi riprendendo quelle delle grandi letterature europee pur se con una diversa risoluzione ed un proprio substrato. Dal decadentismo di Ady vediamo così affacciarsi toni e sentimenti d'aspro vigore. Dal crepuscolarismo di Gyula Juhász traspaiono, nel suo amore per il particolare paesaggistico e nei sapori di provincia, i tratti del realismo; da quello di Dezsö Kosztolányi si fa vivo l'esistenzialismo. Il futurismo di Lajos Kassák vive del respiro delle masse. Immaginoso è il surrealismo di Sándor Weöres. Al di là tuttavia di queste ed altre correnti, forse solo sfiorandole o addirittura ignorandole, fiorisce in questo secolo una nutrita quantità di poeti di grande levatura su cui svetta una voce tra le più originali d'Europa, quella di Attila József.           
 

JÓZSEF BAJZA

          Nato nel 1804, fu uno dei più grandi critici letterari ungheresi. Uomo ferreo e senza compromessi, con il suo stile chiaro e preciso sostenuto da ammirabile logica riuscì a mobilitare dalle pagine dell'almanacco Aurora la pubblica opinione su temi quali l'uguaglianza in ambito letterario --spazzando così pregiudizi feudali ancora persistenti in tale ambito-- od argomenti come quelli riguardanti i diritti d'autore. La sua poesia per lo più lirica e sentimentale non fu tuttavia superiore alla media se non in qualche composizione pervasa di ardente patriottismo. Fondatore con Vörösmarty della critica teatrale ungherese, come redattore della  Gazzetta di Kossuth fu in pratica anche portavoce del capo della sommossa ungherese del 1848-1849. Moralmente abbattuto per la disfatta nazionale che ne conseguì, morì dopo alcuni anni nel 1858.


Inverno e primavera


La prima volta che ho visto lei
Fuori la neve copriva i tetti:
Ma in me allora sbocciata era
L'alba più bella di primavera,
La prima volta che ho visto lei.

L'ultima volta che ora vedo lei
La primavera rallegra i campi:
Ma nel mio cuore in ambascia cocente
Tutto agonizza quello ch'è vivente,
L'ultima volta che ora vedo lei.

Ora che forse mai più vedo lei
Messe di fiori tappezza i campi:
Polle risuonano e canti d'uccelli,
Boschi ritornano al verde e valli;
Ma su me un raggio di grazia non splende,
Di tetro tumulo notte si stende,
Ora che forse mai più vedo lei.

                                                                                            Traduzione © di Mario De Bartolomeis



SÁNDOR PETÕFI

          Nato nel 1823, dopo pochi e disordinati studi effettuati in provincia ed a Pest aveva percorso quasi tutta l'Ungheria con compagnie di attori ambulanti, spesso pagando con i suoi versi l'ospitalità di osti e locandieri ed ancor più spesso soffrendo il freddo e la fame. In uno degli inverni più duri della sua vita, ridotto quasi allo stremo, in sette giorni aveva percorso a piedi da Debrecen fino a Budapest la campagna ungherese innevata per chiedere aiuto al grande Vörösmarty il quale, riconosciutone il genio, gli fu subito largo d'amicizia e d'aiuto: gli trovò un editore per le sue poesie ed un lavoro presso la redazione d'un giornale di moda. Considerato il più grande poeta ungherese, Petõfi ha del popolo il linguaggio così semplice da sembrare persino ingenuo ma che  --stupefacente nella sua immediatezza per l'assoluta assenza di contaminazioni letterarie-- contemporaneamente raggiunge l'essenzialità lirica e la perfetta rispondenza di intuizione ed espressione. La sua poesia sa inoltre cogliere efficacemente i sentimenti alberganti nel più intimo dell'anima popolare e per lui esprimersi in versi non è isolarsi in un mondo superiore bensì utilizzare un linguaggio naturale all'uomo. La sua poesia non è quindi puro soggettivismo, ma illumina anche l'esteriore realtà e le sue opere vanno considerate come le assolute vette del lirismo magiaro. Infiammato dalle passioni più vere, belle ed umane dell'ottocento egli consacrò ad esse tutta la sua vita sacrificata il 31 luglio 1849, a soli 26 anni,  battendosi con i suoi compatrioti contro le truppe dello Zar sul campo di Szegesvár.


   Sarò albero, se...

          Sarò albero, se tu ne sei il fiore.
          Se rugiada sei tu, sarò io fiore.
          Io rugiada, se tu raggio di sole...
          Perché unirsi a te il mio essere vuole.

          Se, fanciulla, il paradiso tu sei,
          Stella io allora mi farei.
          Se, fanciulla, l'inferno tu sei,
          Per stati unito dannato sarei.

                                                                                           Traduzione © di Mario De Bartolomeis




  ENDRE ADY

          Endre Ady, nato nel 1877, riflette nella sua opera l'universo d'inizio secolo in piena effervescenza ed i relativi umani tormenti. Da giovane giornalista, al termine di studi compiuti all'Università di Debrecen, egli incontra la moglie d'un ricco commerciante per l'epoca di larghe vedute, Adél Brül  --la Léda delle sue poesie, la sua ispiratrice di versi d'amore tra i più belli della letteratura magiara-- una donna colta, ricca, bella e interessante di cui il poeta s'innamora e con cui avrà fino al 1912 un legame armonioso e più spesso tormentato. E' lei che lo incoraggia e lo aiuta a recarsi come inviato di un giornale a Parigi ove rimarrà un intero anno. Qui egli comprende lo stato d'arretratezza della sua nazione e, tornato in patria e stabilitosi a Budapest, con alcune sue raccolte di versi --Új versek (Versi nuovi, 1906), Vér és arany (Sangue e oro, 1907), Az Illés szekerén (Sul carro d'Elia, 1908), Szeretném, ha szeretnének (Vorrei che mi amassero, 1909) e tante altre che ancora seguiranno-- si propone come centro dell'attualità letteraria attirando l'attenzione generale dell'intero paese e divenendo il vessillo degli innovatori. In un linguaggio appartenente unicamente a lui, il mondo poetico di Ady è un mondo particolare ed estremamente vario che spazia dagli eroi del passato ai tormenti d'un uomo prigioniero d'un mondo schiavo del denaro, dal suo grande amore vissuto attraverso l'uragano d'una passione complessa e contraddittoria all'angosciosa inquietudine che ossessivamente attanaglia l'uomo moderno, è insomma un mondo ancora assolutamente inedito nella poesia ungherese. Pur se influenzato da Baudelaire e Verlaine resta egli totalmente ungherese in ogni sua  manifestazione e la sua opera è al tempo stessa modernissima ed ancestrale, legata per un verso alle più avanzate correnti europee e per l'altro alle secolari tradizioni più autentiche. Questa sintesi di progresso e di carattere nazionale da lui così delineata conserva in Ungheria ancora oggi decisiva importanza. Quando nel 1919 morì in seguito ad una malattia del sangue contratta per un errore giovanile tutto un popolo in lutto accompagnò la sua bara.


Solo col mare

          Spiaggia, tramonto, stanzetta d'albergo,
          È andata via, ormai più la riveggo,
          È andata via, ormai più la riveggo.

          Sopra il divano un fiore ha lasciato,
          Me ne sto al vecchio divano abbracciato,
          Me ne sto al vecchio divano abbracciato.

          Qual bacio intorno il suo effluvio lambisce,
          Giù il mare mugghia, il mare gioisce,
          Giù il mare mugghia, il mare gioisce.

          Lontano un faro in un posto lampeggia,
          Vieni, mia cara, il mare giù inneggia,
          Vieni, mia cara, il mare giù inneggia.

          Il mare ascolto che canta selvaggio,
          Ed io sul vecchio divano vagheggio,
          Ed io sul vecchio divano vagheggio.

          Qui l'ho stretta, ha dormito, baciato,
          Il mare canta e canta il passato,
          Il mare canta e canta il passato.

                                                                                             Traduzione © di Mario De Bartolomeis



ÁRPÁD TÓTH

          Nato nel 1886 ed eccezionale poeta, oltre che giornalista e traduttore eccelso --tra i migliori della sua generazione--, appartenne alla cerchia del  Nyugat. Pur esprimendo nella sua prima produzione nostalgici sentimenti di fuga verso mondi immaginari, con la maturazione pare fondere nei suoi componimenti accenti parnassiani e crepuscolari mentre, dopo la contrazione della tisi che lo spegnerà poi nel 1928, prevalgono in lui il senso dell'incomunicabilità e delle immense distanze che dividono gli esseri accostandosi in ciò quindi a motivi esistenzialistici. Non mancano nei versi di questo poeta che di Ady si dirà discepolo, «timido apostolo di questo forte signore», posizioni decise come quelle contro gli orrori della guerra e per una società più giusta. Particolarmente toccanti sono infine i versi in cui egli presente l'appressarsi della morte attesa con rassegnata e virile fierezza.


    Vicino al fuoco che soffia

          Qual scontro di treni nella Cina lontana
          Ch'è strano trafiletto e non mi sfiora
          Ché forse neppur vero, sì alieno e remoto,
          Tal ora parmi la vita che vola e si fa vana...
          
          Memorie affiorano dall'infanzia soave,
          Vago in perdute stanze, parole, cuori.
          Ricordi! Su fogli ingialliti tanti tratti
          Di ormai spenti carboni, fuliggine fine...

          Dal colle pallido che dorme si leva la luna,
          Bel pallone sfuggito sul convulso mercato,
          E fulgida si libra sulla cieca folla terrena.

          La guardo e chiede il mio sorriso trasognato:
          Che soffia è il fuoco oppure è la mia pena,
          Che inguainate in cuor le unghie, fa le fusa?

                                                                                             Traduzione © di Mario De Bartolomeis



  MILÁN FÜST

          Prosatore e poeta appartenente alla schiera del  Nyugat , nato nel 1888 e morto nel 1967, fu prima insegnante di liceo e poi di estetica all'Università di Budapest. I temi della sua penna rimasero immutati per tutto il corso della sua lunga carriera salvo esprimere sul tardi sensazioni per l'appropinquarsi della vecchiaia. Le sue poesie considerate a lungo versi liberi hanno quasi un sentore liturgico, l'andatura di cori animati da interiori pulsioni che si dipanano fuori dal tempo e dallo spazio nel patos dei salmi o dei canti dell'antichità classica.


Addio in versi d'un poeta arabo ellenista

          Mia valle, mio monte,
          Mia bella moglie bruna,
          Molle eterea mano che carezzasti la mia fronte,
          Abissi della notte e neri fuochi del mio cuore,
          Tu, madre di ansie, trivia Ecate,--

          Vado, vado, addio per sempre.
          Non vezzo di bimbo m'edurrà dalla tomba,
          Non lamento di bruna fanciulla muoverà le mie labbra al sorriso
          Ché muto sarò, come la terra.
          Tra secoli arerà l'agricoltore
          E delle mie ossa perderà il vento la polvere.

                                                                                            Traduzione © di Mario De Bartolomeis



   LAJOS KASSÁK

          Nato nel 1887, artista, scrittore autodidatta, socialista, agli inizi romantico, dopo aver vagabondato come operaio per mezza Europa fa suo lo stile ed il linguaggio futurista. che non abbandonerà in pratica mai più. Intollerante di ogni disciplina e costrizione sia politica che artistica professerà un'arte pura, al di sopra delle correnti pur sfiorando talora il  dadaismo e l'astrattismo. Le tendenze che egli rappresenta hanno quindi nella letteratura magiara caratteri secondari, egli è un ribelle solitario, un distruttore delle forme tradizionali che solo l'avanzare dell'età indurranno a ripiegarsi su se stesso ed a riflettere nei suoi versi la semplicità degli stati d'animo e del generale grigiore della vita anche esperimentando sino alla fine singolari giochi linguistici. Muore nel 1967. Diamo qui appresso quelli che sono forse i suoi ultimi versi.



    Con te sono

          Ti vado avanti
          tu a me davanti
          del primo sole l'aurea catena
          nella mano mi tintinna.

          Dove vai chiedo
          rispondi non so.

          Più in fretta i miei passi darei
          ma tu meglio li affretti dei miei.

          Io a te davanti
          tu a me davanti.

          A una porta comunque sostiamo.

          Ti bacio
          tu mi dai un bacio
          poi senza parlare vai via
          e la vita mia con te porti via.

                                                                                             Traduzione © di Mario De Bartolomeis


    JÓZSEF ERDÉLYI

          Nato nel 1896 nell'Ungheria orientale la sua prima fase poetica fatta di toni netti, semplici e di facile versificazione pare ricordare le canzoni popolari. Ma del popolo e delle povere classi contadine echeggia anche l'esasperazione e le speranze di miglioramento. Evolvendosi verso un rivoluzionario anarchismo egli però ben presto deraglia con strofe antisemite verso estreme posizioni nazionalistiche e finisce per aderire al fascismo. Condannato per questo nel 1945 e tornato, dopo aver scontato una pena detentiva e riconosciuto il suo errore, a partecipare alla vita letteraria sino alla sua morte avvenuta nel 1978, ha saputo ritrovare la forza d'un tempo e cantare ancora i semplici echi delle campagne.



    Pioggia silenziosa

          Cade la pioggia pian pianino,
          Per la via non passa nessuno;
          Solo io giro, io cammino, --
          Ma son figlio di nessuno!

          Neppure esisto: esiste il mondo.
          E che sono io al mondo?
          Misera bestia che sparirà,
          Che nella polvere tornerà.

          Tutto sono quel che vedo
          Ed il mondo neppure possiedo,
          Se tutt'uno ad esso io fossi!
          Se di nuovo io nascessi...

          Meglio pietra pur sarebbe
          Ché da me si scolpirebbe
          Triste figlio di verità
          Su una forca di falsità!...

          Cade la pioggia pian pianino,
          Per la strada non passa nessuno;
          Solo io giro, io cammino --
          Ma son figlio di nessuno!...

                                                                                              Traduzione © di Mario De Bartolomeis



  ISTVÁN ZUBOR

          Nato nel 1902 e scomparso nel 1968, si hanno della sua attività di scrittore scarse notizie salvo sapere che era un giornalista interessato ad argomenti geo-turistici e naturalistici. Pochi sono i suoi versi  pubblicati prevalentemente in riviste ed in un volumetto di fatto irreperibile. Occorre però evidenziare come anche un simile autore da considerare tutto sommato marginale nel panorama della lirica ungherese ci dia qui appresso quella che personalmente ritengo una vera perla poetica. Desidero quindi commentarla brevemente per sottolinearne la straordinaria semplicità, armonia ed efficacia.. Fatta di cenni a comuni elementi della natura ogni giorno distrattamente trascurati dal nostro occhio, senza che l'autore minimamente alluda al motivo che rende grave il suo animo, la musica dei versi si sciorina in delicate variazioni della scala tonale verso l'epilogo in cui veniamo inarrestabilmente attratti sulle  orme  dei passi del poeta sino a  sentirci coinvolgentemente partecipi del grave peso del suo sentire. Un vero capolavoro, insomma, cui non posso non tributare il mio omaggio.



   Primavera!

          Vorrei vedere una stella cadente,
          Vorrei pestare una foglia morente,
          Vorrei nel fresco del vento autunnale
          Solitario nella notte vagare.

          Vorrei sapere che il tempo è passato
          E primavera anche ho superato!

          Ma non posso...!
       Al mio passo

          Le nevi di marzo in fango svaniscono,
          Anche nei cespugli gemme fioriscono...

          E di tristezze grandi io presago
          Verso la primavera mi dirigo.

                                                                                              Traduzione © di Mario De Bartolomeis



LÁSZLÓ NAGY

          Nato da famiglia contadina nel 1925 e spentosi nel 1978, ha frequentato prima l'Accademia di Belle Arti e poi l'Università alla Facoltà di Lettere divenendo in seguito collaboratore capo della rivista letteraria  Élet és Irodalom (Vita e letteratura). Immagini e suoni del mondo agreste tornano all'improvviso come lampi ad illuminare tutta la sua poesia che eccelle per forza e suggestione riuscendola egli a condensare e stilizzare in ritmi sorprendenti. Il suo esprimersi quasi esclusivamente per immagini che sono spesso appassionanti visioni producono un linguaggio musicale arricchito da ritmiche ripetitive cadenze che talora mutano improvvise ad evocare la vita sentimentale del giovane contadino divenuto intellettuale.



Freddo d'azzurre giogaie

Il vespro è freddo d'azzurre giogaie,
Gole, vallate da ombre colmate,
Ode il mio animo come con ghiaie
Zampe questionino e ruote ferrate.

L'imposta sibila al mondo spiegata,
Il pioppo snello stormisce nel cielo,
Cosmica sposa di verde abbigliata
Cui di condensa stria il vento il velo.

Splende il creato, negli occhi intanto
Stelle mi nuotano, taglie, incanto.
Di mondi caduti a cingermi è un manto,
A redimermi soltanto è il canto.

                                                                                             Traduzione © di Mario De Bartolomeis


ÁBEL TOLNAI BÍRÓ

          Sotto questo pseudonimo letterario troviamo un giudice d'ispirazione cattolica nato nel 1928. Dopo aver esercitato per decenni il proprio mandato in diversi tribunali ungheresi egli svolge attualmente attività didattica in materie giuridiche all'Università
Péter Pázmány
di Budapest. Nella sua poesia alberga l'intimo tepore dei sentimenti famigliari nell'eco della divina e terrena giustizia.     


Se Dio io fossi

Se Dio io fossi
Quanto richiesto a ognuno io darei.
Il pane generoso io sarei.

Se Dio io fossi
Quanto è dolore a ognuno toglierei,
Per gli uomini mistero non sarei.

Se Dio io fossi
La mano a tender loro scenderei,
La speme loro ai ceppi non porrei.

                                                                                              Traduzione © di Mario De Bartolomeis



MELINDA TAMÁS-TARR

          Nata nel 1953, insegnante, scrittrice, poetessa e giornalista, vive dal 1983 in Italia ove ha fondato ed attualmente dirige la rivista  Osservatorio letterario - Ferrara e l'altrove che, oltre all'intento di divulgare in Italia la cultura magiara, si propone lo scopo di riconoscere e rivelare talenti di ogni letteratura. Nella sua poesia echeggiano, nel rimpianto di promesse di vita mancate, i sobbalzi dell'anima generati nel quotidiano dei sentimenti dal malinteso e dall'incomprensione.



Senza titolo

Le mie ciglia ora sono pesanti,
Agli occhi un velo m'è sceso davanti,
Il gelo d'una mano ha sfiorato
Il mio animo appena rinato.

Dov'è il fulgido prato sgargiante?
E la piccola farfalla ondeggiante?
Ora solo dei miei anni ho il grigiore
E gelido ghiaccia un vento il mio cuore.

Cupo regna già un silenzio tremendo,
Non v'è in cielo nemmeno una stella,
Sono andate in un momento svanendo
E di Venere è caduta anche quella...

Io tre lacrime qui mando allegate
Dall'anima mia a notte sgorgate,
La corda è balzata del mio cuore
Con acuto gran dolente fragore.

***
Felice sono però tuttavia
Ché il suo amore è nell'anima mia,
Ancor più alto in calore e lignaggio:
Testimone n'è di ieri il messaggio.

                                                                                               Traduzione © di Mario De Bartolomeis

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          Nato nel 1943, Mario De Bartolomeis (*) ha studiato all'Università di Bologna lingue e letterature straniere e tra queste anche quella ungherese della quale ha nel contempo seguito per tre anni corsi estivi di perfezionamento all'Università Kossuth Lajos di Debrecen. Attualmente dirigente di una azienda commerciale, nel tempo libero dagli impegni di lavoro egli si dedica a studi storici, linguistici e letterari pubblicando articoli su riviste italiane e straniere. Collabora da circa due anni alla rivista
Osservatorio Letterario: Ferrara e l'Altrove
(http://www.osservatorioletterario.net/) con scritti e traduzioni di poeti e scrittori ungheresi. Sue traduzioni figurano anche sulle pagine del MEK, abbreviazione del sito elettronico della Biblioteca Nazionale Ungherese «Széchényi» di Budapest (http://www.mek.iif.hu/).

          Dello scrittore Fernando Sorrentino egli ha recentemente tradotto in italiano, sempre per la suddetta rivista ferrarese, alcuni brevi racconti e delle interessantissime notazioni linguistiche e letterarie pubblicate dallo scrittore argentino nella rubrica El trujamán contenuta all'interno del sito del Centro virtual del Instituto Cervantes di cui si indica qui appresso l'indirizzo: (http://cvc.cervantes.es/trujaman/anteriores/anteriores.htm) .

*) L'autore dell'articolo e delle traduzioni è disponibile per approfondimenti e chiarimenti inerenti gli argomenti sopra trattati alla casella di posta elettronica: mariodebart@hotmail.com
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©  Mario De Bartolomeis

LA CASA DE ASTERIÓN
ISSN:  0124 - 9282

Revista Trimestral de Estudios Literarios
Volumen III - Número 11
Octubre-Noviembre-Diciembre de 2002

SUPLEMENTO LITERARIO CARIBANÍA
ISSN: 0124 - 9290

DEPARTAMENTO DE IDIOMAS
FACULTAD DE CIENCIAS HUMANAS - FACULTAD DE EDUCACIÓN
UNIVERSIDAD DEL ATLÁNTICO
Barranquilla - Colombia

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