SAGGISTICA:
Echi leopardiani in una poesia di Tóth Árpád? *)
di Mario De Bartolomeis
Para mayor información sobre Tóth Árpád, en esta misma edición de LA CASA DE ASTERIÓN No. 11.
Il chiedersi se nello scrivere la "Elégia egy rekettyebokorhoz" (Elegia per un cespuglio di ginestra) sia stato Árpád Tóth influenzato da reminiscenze leopardiane, o se più propriamente analogie di soggetto e di stato d'animo abbiano fatto riaffiorare alla sua memoria "La ginestra", potrebbe a prima vista apparire del tutto arbitrario pur suscitando motivi di riflessione.
Vediamo subito che una volta esauriti i motivi meditativi il canto di Leopardi, facendosi vero torrente di poesia, assume un innegabile tono da elegia e che l'intento elegiaco è già presente nel titolo della poesia di Tóth. Si nota inoltre che un particolare accento del poeta magiaro --"ember-utáni csend" (postumano silenzio), così vicino ai "sovrumani silenzi" de "L'infinito"-- è soltanto riconducibile al profondo pessimismo dell'animo e del linguaggio di Leopardi. Anzi, per meglio comprendere l'estrema affinità di queste due espressioni, anche al di là del puro valore semantico di esse, giova forse sottolineare quel loro non so ché di formidabile il quale --poiché travalica il concepibile e l'immaginabile-- produce appunto un sentimento di sgomenta paura. Va anche sottolineato che la poesia di Árpád Tóth non richiama alla mente solo nel titolo "La ginestra" che vede sorprendentemente nascere l'estrema illusione di una vera ed accresciuta fratellanza fra gli uomini e che Leopardi, erigendo il fiore del deserto a simbolo del contrasto fra l'ostilità e infinita potenza della natura e la debolezza degli uomini, ha lasciato come monito. Anche la "Elégia egy rekettyebokorhoz" suona infatti come monito, particolarmente in quel verso in cui si avverte l'anelito della natura al "néma ünnepély" (muta festa), al "ember-utáni csend" (postumano silenzio). I due componimenti poetici rivelano anche un'altra sorprendente similitudine. "Qui sull'arida schiena / del formidabil monte...", inizia "La ginestra"; e la "Elégia egy rekettyebokorhoz": "Elnyúlok a hegyen, hanyatt a fübe fekve..." (Mi sdraio sul monte, supino nell'erba). In ambedue i componimenti da un monte, quasi simbolo di astrazione dalle umane vicende, si diparte in modo tuttavia così partecipe e sofferto il giudizio dei poeti sullo stato infelice dell'uomo.
Altrettanto subito, sin dall'inizio, sono anche evidenti le inevitabili differenziazioni. Se l'aridità del monte è un elemento che rafforza la visione pessimistica del Leopardi, il verde del monte di Árpád Tóth denota invece un sentimento di speranza, il trasparire dell'intuizione della gioia che la vita racchiude. Mentre, infatti "La ginestra" che Giacomo Leopardi volle posta ultima fra i suoi canti --pur assumendo nella poetica dell'autore una più chiara funzione attiva-- è per così dire il suo testamento, la suprema sintesi di una visione cosmica del dolore, la "Elégia egy rekettyebokorhoz" è solo un momento essenziale della poesia di Árpád Tóth, il concretizzarsi di una maturazione i cui segni già si avvertono dal 1916, il superamento d'un travaglio egocentrico che anche gli eventi sempre più sanguinosi del primo conflitto mondiale traducono in una più partecipe e vasta coscienza dell'umano dolore.
Un ulteriore parallelo esame dei due contenuti poetici non sortirebbe però altro effetto che quello di evidenziare ancor più le diversità di concezione, di elaborazione, di stile. Si potrebbe al massimo aggiungere che la poesia di Leopardi è una rivolta del sentimento contro il male di vivere, mentre quella di Tóth è un'accusa contro il male che si arreca alla vita. Sono ad ogni modo diverse le epoche e le formazioni storico-sociali e culturali che i due poeti rispecchiano. Mentre i dolori di Árpád Tóth rivelano i tormentosi travagli del ventesimo secolo, l'ansia romantica di Giacomo Leopardi trae origine da una formazione neoclassica. Possiamo perciò dire, come György Király giustamente sottolineava nel 1922 in "Független szemle" (Rivista indipendente), che "...míg Leopardi romantikus pesszimismusát az antik peplosz klasszikus redoi alá rejti, Tóthnál minden sor vonaglik, minden kifejezés fájdalomtól remeg..." (...mentre Leopardi cela il suo pesimismo romantico sotto le pieghe classiche del peplo antico, in Tóth palpita ogni verso, ogni espressione è un fremito di dolore...). Ciò che però in modo forse fondamentale differenzia i due poeti va visto nel diverso breve svolgersi delle loro esistenze. Mentre infatti Tóth reagisce al suo stato facendosi attento ed aperto al nuovo ed alla politica mediante la quale si promuove la storia, Leopardi --pur se l'intima nobiltà del suo spirito, compressa in fondo a lui dal male che lo gravava, anelava a dispiegarsi generosa e benefica-- ne resta distaccato e lontano portandosi invece, come è dato cogliere in molte sue prose, su posizioni retrive e reazionarie ed irridendo il progresso e le conquiste dello spirito umano, il liberalismo ed i tentativi di riforme ed ogni cosa che fosse indizio di vitalità.
Non resta dunque che chiarire se le analogie di soggetto e di accenti sopra menzionate siano o meno del tutto occasionali.
Nella primavera del 1836, quando a Napoli infieriva il colera, Leopardi andò a soggiornare alle pendici del Vesuvio dove, come dice Ranieri, "ebbe forza e quiete di comporre sia Il tramonto della luna e La ginestra, che sono le bellissime fra le sue belle cose, sia i Paralipomeni..." 1)
La tubercolosi di cui Árpád Tóth era affetto lo costringeva a lunghi soggiorni in luoghi montani. Fu così che nel 1917, non potendo andare nella svizzera Davos per via delle difficoltà frapposte dalla guerra, aveva proposto ed ottenuto dallo specialista che lo curava, il dottor Lipscher, di recarsi nel sud della regione di Spis (Délszepesség), oggi in territorio slovacco. "Svedlér egy kis eldugott falu, orült magányban fogok ott élni az öreg hegyek közt..." (Svedlér è un piccolo borgo appartato, vivrò colà in insensata solitudine fra le vecchie montagne...) scriveva il 12 gennaio di quell'anno da Debrecen, prima della partenza, al barone Hatvany.2) Il 4 settembre dello stesso anno, inviando al suddetto barone il manoscritto della "Elégia egy rekettyebokorhoz" concepita a Svedlér fra il 29 ed il 31 agosto, così scriveva da Debrecen ove era tornato per alcuni giorni in occasione dell'improvviso decesso della suocera: "Mostanában remélem, produktívabb idoim lesznek, mint a nyáron át, mikor nem tudtam magam felrázni a boldog lustaságból, s mikor Nagy Zoltán barátunk egy honapos vizitje csak arra volt jó, hogy végigbotanizáltuk együtt a szepességi flórát" (Ora spero d'avere momenti più fecondi di quelli avuti in estate, allorché non sono riuscito a scuotermi da una felice pigrizia, ed allorché la visita d'un mese del nostro amico Zoltán Nagy è servita solo a farci assieme studiare a fondo la flora dello Szepesség). 3)
Come dunque si vede, anche per Tóth esistevano i presupposti per l'incontro poetico con la montagna e con la ginestra. Sino a che punto sia però lecito supporre assoluta originalità, sin quando ci si debba stupire di come poeti tanto lontani per epoche ed esperienze trovino univocità di accenti e di soggetti d'ispirazione è forse l'epistolario dello stesso poeta magiaro a darcene misura.
Grazie alla lettera scritta dalla località di Svedlér il primo giugno 1917 apprendiamo della richiesta che Árpád Tóth fa all'amico Pál Bródy, regista del Vígszínház (teatro comico), di un dizionario italiano-tedesco e di qualche buon libro italiano, più precisamente di Carducci e di Leopardi per la poesia e di D'Annunzio per la prosa.4) In una successiva lettera del 4 giugno 1917 indirizzata ai fratelli Pál e Andor Bródy troviamo riassunte le precedenti richieste di libri cui qui si aggiunge anche quella di un piccolo dizionario italiano-ungherese.5) L'annotazione a matita che a questo punto si trova nel manoscritto autografo di Tóth denota il probabile avvenuto acquisto da perte di Pál Bródy dei libri che gli erano stati richiesti.6) Forse fu lo stesso Pál Bródy a recapitarli quando nei giorni immediatamente successivi si recò a Svedlér a far visita all'amico, come dimostra una lettera senza data, ma certamente collocabile fra il 4 ed il 7 giugno 1917 che Árpád Tóth scrive a Zsuzsa, sorella di Pál, e che reca anche la firma di quest'ultimo oltre a quelle del poeta e sua moglie. 7)
Il poeta di Debrecen conobbe dunque le poesie di Leopardi, anche se forse stentatamente interpretate con l'ausilio del dizionario.
Nulla vogliamo o possiamo togliere alla grandezza ed all'originalità del genio poetico di Árpád Tóth, ma siamo portati a ritenere --cosa che lo rende forse ancora più grande-- che sulla vibrante lira del suo cuore lacerata dalle strette del dolore, all'incontro con la montagna e con la ginestra, sia incontenibilmente riaffiorato l'eco di quelle note che la lettura appena avvenuta della poesia leopardiana doveva avere indelebilmente lasciato nella sua macerata sensibilità.
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*) Adattamento italiano di un articolo apparso in lingua magiara sulla rivista di storia letteraria dell'Accademia delle Scienze d'Ungheria con il titolo: De Bartolomeis Mario. Leopardi emlekek Tóth Árpád versében?,in Irodalomtörténeti közlemenyek, Akademiai kiadó, Budapest, 1975, anno LXXIX, N.2, Pag. 197-199, cui rimandiamo l'eventuale lettore interessato al testo ungherese.
1) Ranieri Antonio: Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi. Napoli, 1919. Pag.48. 2) Tóth Árpád: Összes mvei. Kritikai kiadás (Opere complete. Edizione critica). Volume5. Budapest, 1973. Pag. 121. 3) Tóth Árpád: Op. cit. Vol. 5. pag. 154. 4) Tóth Árpád: Op. cit. Vol. 5. pag. 146. 5) Tóth Árpád: Op. cit. Vol. 5. pag. 147. 6) Tóth Árpád: Op. cit. Vol. 5. pag. 388. 7) Tóth Árpád: Op. cit. Vol. 5. pagg. 148 e 389. _________________________________________
© Mario De Bartolomeis
LA CASA DE ASTERIÓN ISSN: 0124 - 9282
Revista Trimestral de Estudios Literarios Volumen III - Número 11 Octubre-Noviembre-Diciembre de 2002
DEPARTAMENTO DE IDIOMAS FACULTAD DE CIENCIAS HUMANAS - FACULTAD DE EDUCACIÓN UNIVERSIDAD DEL ATLÁNTICO Barranquilla - Colombia
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